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I Conflitti Etnici nel Mondo

Mappa dei Conflitti Etnici nel Mondo
1) Afghanistan 2) Algeria 3) Angola 4) Burundi 5) Cecenia 6) Colombia 7) R.D. Congo 8) Etiopia – Eritrea – Somalia 9) Indonesia 10) India – Pakistan 11) Iraq 12) Israele – Libano 13) Turchia Kurdistan 14) Kosovo 15) Messico (Chiapas) 16) Sierra Leone 17) Sri Lanka 18) Sudan
Il peso che i conflitti etnici stanno assumendo nel quadro mondiale e la gravità con la quale si manifestano, non possono più essere sottovalutati: mentre i principali conflitti ideologici del XX secolo si stanno degradando pian piano, i conflitti di etnia e di cultura riemergono ed acquisiscono maggior forza e violenza. Un elenco dei Paesi nei quali era in corso un conflitto armato, stilato nel lontano 1988, evidenziava che, in un totale di 111 conflitti nel mondo, ben 63 si presentavano come conflitti interni e 36 fra questi venivano descritti come "guerre di formazione di Stati", ossia scontri in cui gli partecipanti coinvolti erano, da una parte un governo, dall’altra un gruppo di opposizione che reclamava l’autonomia o la distacco di un’etnia o di una regione particolare.
Un gruppo etnico o un’etnia è una collettività che identifica se stessa, o che viene identificata da altri, secondo criteri di tipo etnico, cioè in funzione d’alcuni elementi comuni quali: la lingua, la religione, la tribù, la nazionalità, la razza, o una combinazione di tali elementi, e che condivide un sentimento comune di
identità con gli altri membri del gruppo. I gruppi etnici, così definiti, possono chiamarsi popoli, nazioni, nazionalità, minoranze, tribù o comunità, a seconda dei diversi contesti e delle circostanze politiche.
Per maggiore chiarezza, classifichiamo i vari tipi di situazione nel quale i gruppi etnici possono
formarsi e crescere:
  • Gruppi etnici all’interno di uno Stato che si autodefinisce come "multietnico" o
    "multinazionale": alcuni, gruppi possono fondare la propria identità sulla lingua (come accade
    nel Belgio o in Svizzera), sulla religione (come nel caso dei sikh, dei musulmani e degli indù in
    India), sulla nazionalità (come nell’ex-Unione Sovietica) o sulla razza (è il caso del Sudafrica).
  • Gruppi etnici presenti in uno Stato che non riconosce formalmente la propria composizione
    multietnica, come la Francia, il Giappone, l’Indonesia, la Turchia, il Portogallo e molti Paesi
    africani.
  • Minoranze nazionali che s’identificano con la stessa etnia presente in uno Stato vicino, nel
    quale possono godere di una situazione maggioritaria (come gli ungheresi in Romania, i turchi
    in Bulgaria, gli albanesi in Kosovo, gli ispanici negli Stati Uniti).
  • Molteplici gruppi etnici all’interno di uno Stato nel quale nessuno di essi gode di una
    particolare posizione dominante: è un caso frequente nei Paesi coloniali di recente
    indipendenza, per i quali lo stesso Stato è una creazione relativamente debole e artificiale; tale
    situazione tende a prevalere nell’Africa Subsahariana.
  • Emigranti e rifugiati etnici, prodotto di migrazioni importanti, in particolare da Paesi del Terzo
    Mondo verso altri Paesi del Terzo Mondo o verso nazioni industrializzate. Anche se nei secoli
    passati i "conquistatori" europei avevano colonizzato molte aree del mondo, e i loro
    discendenti avevano costituito gruppi etnici in molti Paesi (come minoranze o come
    maggioranze), negli ultimi decenni le correnti migratorie si sono invertite e gli immigrati dal
    Terzo Mondo si sono stabiliti oggi nelle loro antiche metropoli.
  • Popoli indigeni e tribali che rappresentano un caso speciale di gruppi etnici. I popoli indigeni si
    trovano principalmente nelle Americhe, Australia, Nuova Zelanda; tuttavia, anche molti popoli
    tribali dell’Asia Meridionale e Sud-Orientale si considerano oggi indigeni, così come gli inuit e i
    sami nelle regioni artiche.
Il termine di conflitto etnico si può applicare oggi ad una vasta gamma di situazioni, tra di loro assai diverse.

E’ possibile affermare che, in realtà, il conflitto etnico in sé non esiste: esistono, piuttosto, i conflitti sociali, politici ed economici tra gruppi di persone che si identificano reciprocamente secondo criteri etnici, come il colore della pelle, la razza, la religione, la lingua, l’origine nazionale. Spesso, tali caratteri etnici possono nascondere altri importanti elementi distintivi, quali gli interessi di classe e il potere politico, che, una volta analizzati, si possono rivelare gli elementi decisivi per la genesi del conflitto. I conflitti etnici più importanti degli ultimi due decenni – Libano, Sri Lanka, India, Timor Est, Irlanda del Nord, Cipro, Eritrea, Burundi, Sudafrica, Sahara Occidentale, Nicaragua, sulla scia dei precedenti conflitti in Nigeria, Pakistan e Canada – sono stati, comunque, caratterizzati da un confronto tra gruppi etnici. Un ruolo molto importante, a questo proposito, è giocato dal modello quasi universale dello "stato-nazione", ispirato al nazionalismo europeo dei secoli XVIII e XIX, e servito da esempio per la creazione di Stati in tutto il mondo, in particolare per quelli derivanti da strutture coloniali. Molti conflitti etnici si producono perché il modello dello stato-nazione, si manifesta con ideologie ufficiali, politiche e governative, che cercano di modificare con la forza i caratteri etnici originali.

Un problema importante che si presenta ogni volta che si ha a che fare con movimenti politici a sfondo etnico, è la natura del legame etnico in sé, ossia il significato dell’etnicità. Vi sono due scuole principali di pensiero in merito.

I "primordialisti" sostengono che l’etnicità è, appunto, un vincolo primordiale tra i membri di una comunità "naturale", che precede il modello di cultura. L’identità etnica è una caratteristica permanente della vita del gruppo, che talvolta può essere dominata, talvolta può esistere in forma nascosta.

Gli "strumentalisti", da parte loro, tendono a considerare l’etnicità come un’arma politica, che può essere creata, consolidata, utilizzata, manipolata o scartata in funzione della convenienza politica.

L’identità etnica è solo una delle molte opzioni che una data collettività può utilizzare a proprio beneficio. E’ il caso dei palestinesi, dei sikh, degli eritrei, dei saharawi e di molti altri gruppi in tutto il mondo, i quali invocano l’identità etnica allo scopo di diffondere il proprio messaggio politico.

Il conflitto etnico può manifestarsi in una infinità di forme diverse, dall’atteggiamento individuale di rifiuto, esclusione e ostilità, accompagnata da modelli, pregiudizi, intolleranza e discriminazione a livello delle relazioni sociali, fino alle contese violente, che possono rivestire le forme di stragi, ribellioni, rivoluzioni, terrorismo, guerra civile, guerre di liberazione nazionale e guerre tra Stati.

L’analisi internazionale delle situazioni nelle quali si producono conflitti etnici denota l’esistenza di problemi ricorrenti: la distribuzione disuguale del potere economico o politico, la questione del controllo della terra o del territorio, il conflitto linguistico, l’identificazione religiosa, la questione dell’identità e dell’autostima del gruppo e l’idea scontata dell’avversario.Secondo una prima analisi superficiale, la maggioranza dei conflitti etnici apparirebbero questioni interne agli stati-nazione: i vari gruppi, infatti, si affrontano all’interno di un’arena sociale già esistente; oppure un’etnia lotta per affermare i propri diritti o il proprio potere nei confronti di un
governo centrale. Come risultato, può accadere che vengano poste in discussione le politiche statuali e perfino che queste vengano modificate; o ancora che si modifichi la condizione o le leggi di una minoranza etnica: tuttavia, nella misura in cui il sistema internazionale moderno si fonda sul principio della sovranità dello Stato, tali problemi interni vengono lasciati al margine delle preoccupazioni della comunità internazionale.
In realtà accade sempre più spesso che i conflitti etnici e la situazione delle minoranze etniche abbiano risvolti internazionali estremamente articolati. Può accadere che a simili conflitti partecipino le grandi potenze, il cui ruolo, anzi, è diventato sempre più rilevante nella misura in cui si sono moltiplicati i conflitti etnici nel mondo. Quando i conflitti etnici sorgono come risultato di migrazioni o del instabile equilibrio demografico in alcuni Paesi, il "Paese d’origine" degli immigrati può manifestare una certa preoccupazione, a livello internazionale o bilaterale, circa il benessere dei propri figli. Accade spesso che le relazioni internazionali tra gli Stati
acquistino una coloritura etnica. Le politiche estere di alcuni Paesi, ad esempio, sono chiaramente ispirate a simpatie o considerazioni etniche.
Un’altra forma importante, e potenzialmente più efficace, di interesse internazionale si manifesta tramite il sistema delle Nazioni Unite o ONU.

Sebbene le Nazioni Unite rispettino scrupolosamente il principio di sovranità degli Stati, può accadere che vengano implicate in conflitti etnici nel quadro di tre diversi mandati:

quando un conflitto rappresenta un pericolo per il mantenimento della pace;
quando si tratta di un problema di decolonizzazione;
quando implica violazioni massicce dei diritti umani.

Le Nazioni Unite hanno intrapreso missioni di mantenimento della pace in occasione di alcuni conflitti etnici (Libano, Cipro), ma solo quando il conflitto aveva acquisito un carattere internazionale ed era intervenuto un Paese esterno.
Poiché le Nazioni Unite hanno svolto, e tuttora svolgono, un’importante funzione nel processo di liberazione, l’Assemblea Generale ha approvato molte risoluzioni riguardanti il diritto alla libera determinazione dei popoli: tali risoluzioni, tuttavia, non sempre sono state rispettate dagli Stati che esercitano il potere sui territori coloniali: si possono citare come esempi il Sahara Occidentale e Timor Est.
Negli ultimi anni, gli organi competenti delle Nazioni Unite si sono preoccupati sempre di più per le situazioni di conflitto nelle quali si commettono violazioni massicce dei diritti umani.
La Nigeria
La Nigeria

Il 7 settembre 2001 nella città di Jos, nel centro della Nigeria, sono scoppiati conflitti etnico - religiosi: durante gli scontri sono state bruciate e rase al suolo chiese e moschee e bambini ed adulti uccisi con dei pesanti coltelli.
La città che fino ad allora era rimasta fuori da questi conflitti, a detta dei testimoni ha vissuto una vera e propria "orgia di violenza". I collaboratori della Croce Rossa hanno riesumato 165 cadaveri, almeno 5000 persone sono morte negli scontri e 1000 sono rimasti feriti. Nonostante gli innumerevoli appelli dei leader religiosi, dei politici e dei rappresentanti tradizionali dei diversi popoli che vivono in Nigeria, in tutto 123 milioni di abitanti, scoppiano regolarmente scontri tra Cristiani e Musulmani o tra le diverse nazionalità. Gli atti di violenza vengono compiuti sia da Musulmani sia da Cristiani. Dalla fine della dittatura militare avvenuta due
anni fa, sono morte più di 6000 persone a causa di conflitti etnici e religiosi. Gli scontri hanno provocato l'esodo di oltre 230.000 persone, che hanno cercato scampo fuggendo nei confini della Nigeria. Nonostante le proteste di molte Chiese cristiane, dodici Stati del Nord hanno adottato la Sharia, la legge islamica. Ufficialmente la legge islamica si applicherebbe solo alla popolazione musulmana che vive in quella regione, di cui gli Haussa rappresentano la maggioranza. Ma le milizie musulmane non si attengono a queste restrizioni e pretendono il rispetto della legge islamica da parte dell'intera popolazione anche non musulmana. Con attacchi ad alberghi e relativi fornitori, le milizie cercano di ostacolare con la violenza l'uso dell'alcol. Nello Stato di Kano le milizie musulmane hanno frustato nel dicembre 2000 un commerciante cristiano trovato in possesso di una bottiglia di grappa. Gli appartenenti alla minoranza cristiana non hanno paura solamente degli atti di violenza, ma a causa della Sharia temono di diventare cittadini di seconda classe.

La guerra in Cecenia è riesplosa nell’agosto ’99, quando gruppi di combattenti ceceni, ben addestrati e armati fino ai denti, hanno attaccato in forze il Daghestan partendo dal territorio ceceno. Il Daghestan, che fa parte della Repubblica Russa ed era una repubblica autonoma nell’URSS,è precipitato in una tragedia di dimensioni mai viste con più di 20.000 persone hanno dovuto fuggire in seguito agli attacchi ceceni. A organizzare, sostenere e finanziare la guerra sono soprattutto gli USA.
Dato che ci sono ancora missili intercontinentali in mano russa, gli Stati Uniti aspettano l’occasione per intervenire e istigano i conflitti interni nella regione che è parte essenziale del dispositivo di difesa dell’Unione Sovietica... senza contare le ricchezze ancora nascoste nel sottosuolo, il gas e il petrolio su cui grandi sono gli appetiti dell’imperialismo USA. L’idea fondamentale che sta dietro a questi conflitti (e che ritroviamo anche in altri luoghi) è quella di provocare uno sconquasso nel tentativo di creare nella regione una Repubblica Islamica fondamentalista che si estenda ai confini meridionali della Russia saldandosi dall’Asia Minore col fanatismo religioso attualmente praticato in Afghanistan. Sarebbe un ritorno al medioevo e anche peggio... un ritorno alla barbarie.
La Nigeria
I Balcani
Dal termine della Seconda Guerra Mondiale (1945), l’Europa non aveva più conosciuto guerre tra Stati combattute nel Continente, fino al 1990 quando la crisi dell’Europa Orientale ha portato nuovamente alla guerra nei territori della federazione jugoslava. Fu un conflitto che coinvolse sia etnie che fedi religiose:

• Sloveni
• Croati
• Bosniaci
• Serbi e Montenegrini
• Macedoni
• Albanesi
• Musulmani
• Cattolici
• Ortodossi

Dopo la morte del maresciallo Tito (1980, che da solo guidò la federazione jugoslava
per tanti anni) ed in relazione al crollo del regime comunista in Russia; la popolazione iniziava sempre di più a spingere per ottenere maggiore democrazia ed autonomia. Nello stesso anno già il Kosovo, provincia serba ma abitata da una popolazione in maggioranza albanese, rivendica l’indipendenza dalla federazione jugoslava per poter riunirsi all'Albania, ma la Serbia risponde con violente oppressioni e si impone come potenza dominante, la sola capace di garantire l’unità della federazione jugoslava. Nel 1991 la Slovenia, repubblica etnicamente omogenea (perciò priva di conflitti interni), dichiara la propria indipendenza.
Nel quadro internazionale il primo stato a riconoscere questa nuova repubblica fu lo Stato del Vaticano, ma fu anche poi accettata senza obbiezioni dalla Serbia. Nello stesso giorno anche la Croazia si dichiarò indipendente ma, a differenza della Slovenia, essa non era etnicamente omogenea perciò la Serbia intervenne militarmente al fianco della minoranza serba in Croazia. Dopo violentissimi scontri ed episodi di “pulizia etnica” i combattimenti si conclusero con l’espulsione della
popolazione serba ed il riconoscimento dell’indipendenza della Croazia.
La Nigeria
I Conflitti nei Balcani
Terminata in Croazia, la guerra si sposta nella Bosnia – Erzegovina, dove l’etnia musulmana era quella più prevalente, tanto da permettersi di proclamarsi indipendente. A loro volta, i Serbi, proclamano la Repubblica del Popolo Serbo di Bosnia - Erzegovina, dando così inizio ad una feroce guerra civile, che oppose le milizie serbe a quelle musulmane e croate.
Esso fu il più crudele dei conflitti civili, nel coso della quale serbi, croati e musulmani di Bosnia tentarono di eliminare qualsiasi presenza estranea nelle zone in cui prevaleva la propria etnia. Ogni mezzo fu ritenuto valido: violenze fisiche sulle persone, distruzione di villaggi, espulsione oltre confine e internamento in campi di concentramento delle popolazioni. La guerra provocò oltre 200.000 morti e portò alla fame gli abitanti di molte città della Bosnia – Erzegovina, tra cui la capitale Sarajevo, dove per secoli Serbi, Croati e Musulmani Bosniaci, convissero pacificamente (moltissime le famiglie miste). Il conflitto coinvolse molti altri stati al di fuori dei Balcani, poiché ci furono interventi sia da parte dell’ONU che della NATO.
Nel 1995 gli sforzi della diplomazia internazionale ottengono che i contendenti firmino la pace a Parigi. Il compromesso garantiva l’integrità territoriale della Bosnia, ma non poteva cancellare rancori e desideri di vendetta provocati da una guerra interiore che lasciava dentro di sé decine di migliaia di morti e crudeltà d’ogni genere. La Bosnia fu suddivisa in due parti (una amministrata dai Serbi, l’altra dai Musulmani, ma le diverse etnie avrebbero formato una confederazione con capitale Sarajevo.





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